Politica e regole· 11 min di lettura

UE, verso il Kids Act: sotto i 15 anni social e chatbot IA solo con il consenso dei genitori

L'Unione Europea si prepara a introdurre il Kids Act, una proposta di legge che regolamenterà l'accesso dei minori di 15 anni a social network, chatbot e piattaforme di IA, richiedendo il consenso dei genitori.

Francesco Giuliani

di Francesco Giuliani

· Fondatore e direttore editoriale de Il Modello

UE limita i social agli under 15 senza consenso dei genitori: arriva Kids Act

La Commissione europea si prepara a proporre un EU Kids Act che vieterebbe ai minori di 15 anni di aprire account autonomi su social network e piattaforme di condivisione video senza autorizzazione dei genitori, estendendo la logica di controllo anche a videogiochi online, chatbot e compagni basati su intelligenza artificiale. La proposta, secondo documenti preparatori visionati da Politico, Reuters e AFP, dovrebbe essere illustrata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre 2026 e presentata formalmente il 17 settembre insieme alla vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

Il punto politico è netto: Bruxelles vuole spostare il baricentro dalla responsabilità delle famiglie alla progettazione delle piattaforme. Una frase contenuta nella bozza vista da Reuters riassume l’impostazione: l’Unione deve “limitare l’accesso delle aziende tecnologiche ai nostri bambini, e non il contrario”. Il testo non è ancora legge e può cambiare prima della pubblicazione ufficiale, ma il portavoce della Commissione Olof Gill ha confermato nel briefing del 14 settembre 2026 che il pacchetto sull’EU Kids Act è in arrivo questa settimana, come risulta anche dall’agenda audiovisiva della Commissione.

Il sistema a fasce: sotto i 15 anni niente account autonomo

La bozza introduce un modello graduale, diverso da un divieto secco. Secondo Reuters, dai 15 anni in poi i ragazzi potrebbero aprire account propri; tra 13 e 14 anni potrebbero accedere solo ad account “introduttivi” creati o autorizzati dai genitori, con contatti limitati e limiti stringenti di tempo; tra 3 e 12 anni l’accesso sarebbe ristretto a servizi “child-friendly” e controllati interamente da un adulto; sotto i 3 anni non sarebbe previsto accesso ai servizi considerati rischiosi. RTÉ descrive la stessa architettura come un “blocco” o “ritardo” dell’accesso ai social, aggiungendo che anche gli adolescenti tra 15 e 18 anni dovrebbero usare versioni safe by design delle piattaforme.

Il meccanismo non riguarderebbe soltanto TikTok, Instagram, Facebook o YouTube. I documenti citati dalle testate internazionali includono social media, piattaforme di video sharing, videogiochi online, chatbot e AI companions, mentre gli strumenti educativi sarebbero esclusi. Questa distinzione sarà cruciale: una piattaforma di apprendimento, un registro elettronico o un’app scolastica non dovrebbero essere trattati come un social ad alto rischio, ma una comunità online con feed algoritmico, messaggistica privata, ricompense o interazioni con sconosciuti potrebbe rientrare pienamente nel perimetro.

Perché Bruxelles sceglie 15 anni

La soglia dei 15 anni nasce da una mediazione politica. Il panel di esperti nominato da von der Leyen nel 2026 aveva raccomandato una transizione graduale e niente accesso indipendente ai servizi definiti “social media+” prima dei 13 anni, secondo la ricostruzione di EU Perspectives. Il Parlamento europeo, invece, ha chiesto nel novembre 2025 un’età minima armonizzata di 16 anni per social, piattaforme video e compagni IA, consentendo l’accesso tra 13 e 16 anni solo con autorizzazione dei genitori. La Francia e la Grecia spingono da mesi per una soglia a 15 anni, mentre l’Australia ha già scelto il limite dei 16 anni senza consenso parentale.

Età minima proposta per l’accesso autonomo ai socialValori in anni

  • Bozza UE Kids Act15
  • Panel esperti UE13
  • Parlamento UE16
  • Francia15
  • Grecia15
  • Australia16
Fonte: Reuters, Parlamento europeo, eSafety, Politico, 2025-2026

Il confronto con l’Australia mostra la differenza di impostazione. Dal 10 dicembre 2025, molte piattaforme social non possono consentire account a utenti australiani sotto i 16 anni, come spiega l’eSafety Commissioner. Nella versione europea, invece, l’accesso non verrebbe chiuso del tutto ai ragazzi più giovani: verrebbe graduato, condizionato al controllo dei genitori e accompagnato da obblighi di progettazione sicura. È una scelta più complessa da applicare, ma anche più coerente con l’idea di non espellere i minori dagli ambienti digitali, bensì costringere le piattaforme a modificarli.

Le funzioni che Bruxelles vuole colpire

Il cuore del pacchetto è il concetto di safe by design. Nella bozza citata da AFP, le piattaforme dovrebbero rimuovere o disattivare per i minori funzioni considerate “addictive”: infinite scrolling, notifiche artificiali, sistemi di ricompensa, autoplay, feed altamente personalizzati e meccanismi che spingono l’utente a restare connesso. Non è una novità assoluta: nelle linee guida sul Digital Services Act pubblicate il 14 luglio 2025, la Commissione aveva già raccomandato account privati di default per i minori, più controllo sui feed, strumenti di blocco e segnalazione, limiti a screenshot e download dei contenuti pubblicati da ragazzi, oltre alla disattivazione predefinita di funzioni come streak, contenuti effimeri, conferme di lettura, autoplay e notifiche push. Fonte: Commissione europea.

La Commissione ha già iniziato a usare il DSA per contestare il design delle grandi piattaforme. Il 6 febbraio 2026 ha formulato conclusioni preliminari contro TikTok per il suo design potenzialmente dipendente, citando infinite scroll, autoplay, notifiche push e raccomandazioni personalizzate. Il 10 luglio 2026 ha fatto lo stesso con Meta per Instagram e Facebook, mentre il 24 luglio 2026 ha contestato a TikTok anche la sicurezza degli account dei minori, in particolare la possibilità per gli utenti più giovani di mantenere impostazioni pubbliche. Sono procedimenti preliminari, quindi non equivalgono a una condanna definitiva, ma indicano dove Bruxelles sta concentrando l’enforcement: non solo contenuti illegali, bensì architettura del prodotto.

Il precedente del Digital Services Act

L’EU Kids Act arriverebbe sopra una base normativa già esistente. Il Digital Services Act, in vigore dal 2022 e pienamente applicabile dal 2024, impone alle piattaforme accessibili ai minori misure adeguate e proporzionate per garantire un alto livello di privacy, sicurezza e protezione, e vieta la pubblicità basata su profilazione quando la piattaforma sa con ragionevole certezza che l’utente è minorenne. Il regolamento prevede anche sanzioni che, per le piattaforme molto grandi, possono arrivare fino al 6% del fatturato mondiale annuo, come ricorda la pagina ufficiale della Commissione sull’enforcement del DSA.

La differenza è che il DSA stabilisce obblighi generali e basati sul rischio, mentre il nuovo pacchetto introdurrebbe una soglia di accesso a livello europeo. In altre parole: oggi Bruxelles può contestare a una piattaforma di non proteggere abbastanza i minori; con il Kids Act potrebbe imporre anche un’età minima armonizzata e una struttura standard di account per fasce d’età. Secondo Reuters, le aziende interessate dovrebbero inoltre versare una commissione di vigilanza per finanziare il lavoro delle autorità di controllo, sul modello già usato per il DSA e l’AI Act.

Il nodo tecnico: verificare l’età senza creare sorveglianza

Nessuna soglia funziona senza un sistema di verifica dell’età. La Commissione ha messo a disposizione il primo blueprint europeo per la verifica dell’età il 14 luglio 2025 e lo ha reso feature ready il 15 aprile 2026. L’obiettivo dichiarato è consentire agli utenti di dimostrare di superare una certa soglia, inizialmente i 18 anni per contenuti adulti come pornografia, gioco d’azzardo o alcol, senza rivelare identità, età esatta o altri dati personali. La stessa Commissione precisa che la soluzione può essere adattata ad altre fasce, per esempio 13+, e sarà interoperabile con il European Digital Identity Wallet, previsto in tutti gli Stati membri entro la fine del 2026. Fonte: Commissione europea.

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Qui nasce però il problema più delicato. Una verifica debole è aggirabile; una verifica forte rischia di diventare invasiva. European Digital Rights ha criticato il progetto europeo sostenendo che lo strumento di age verification non risolve tutte le preoccupazioni sulla privacy e sulla centralizzazione dell’identità digitale. EDRi teme che, se l’età diventa una chiave di accesso a molti servizi online, la promessa di minimizzazione dei dati possa indebolirsi nella pratica. La posizione opposta della Commissione è che una soluzione europea comune ridurrebbe proprio la frammentazione e impedirebbe a ogni piattaforma di inventare sistemi proprietari più opachi.

I dati che hanno spinto l’intervento

La Commissione arriva al Kids Act dopo una serie di consultazioni e sondaggi. In un’indagine UE pubblicata il 16 giugno 2026, gli adolescenti dichiarano in media 4,5 ore online nei giorni di scuola e oltre 6 ore nel fine settimana; 9 su 10 riferiscono almeno un sintomo negativo collegato all’uso degli schermi, quasi un terzo si sente stressato, triste o socialmente escluso a causa dei social, il 45% si confronta con gli altri online e circa il 25% ha incontrato contenuti problematici, incluso hate speech. Tra i genitori, il 36% ritiene che i social danneggino il benessere mentale dei figli e il 54% sostiene ulteriori limiti o restrizioni per età. Fonte: Commissione europea.

Preoccupazioni e impatti segnalati nell’UE

  • Sintomi da schermo90%
  • Confronto sociale45%
  • Richiesta supporto mentale40%
  • Genitori favorevoli a limiti54%
  • Cyberbullismo e molestie71%
  • Grooming e sfruttamento70%
Fonte: Commissione europea, giugno-luglio 2026

Un secondo sondaggio europeo pubblicato il 13 luglio 2026 indica che cyberbullismo e molestie sono la prima preoccupazione dei cittadini, al 71%, seguiti da grooming e sfruttamento sessuale online al 70%. Quasi due terzi degli intervistati chiedono regole UE che limitino l’accesso dei bambini ai social in base all’età. Questi numeri non dimostrano da soli che un divieto risolva il problema, ma spiegano perché la pressione politica sia diventata trasversale: famiglie, governi nazionali, Parlamento europeo e Commissione convergono sulla necessità di intervenire, pur con soglie e strumenti diversi. Fonte: Commissione europea.

Cosa cambia per l’Italia

Per l’Italia l’effetto più immediato sarebbe il superamento della frammentazione tra regole sulla privacy e regole di accesso. Oggi il Codice Privacy consente al minore che ha compiuto 14 anni di prestare autonomamente consenso al trattamento dei propri dati per servizi della società dell’informazione; sotto quella soglia serve il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, come riporta il testo coordinato del Garante Privacy. Il Kids Act, invece, inciderebbe sull’accesso e sul tipo di account disponibile: un quattordicenne italiano potrebbe avere capacità di consenso privacy, ma non necessariamente un account social autonomo se la soglia europea resterà a 15 anni.

Per scuole, famiglie e imprese digitali italiane la distinzione sarà concreta. Le piattaforme consumer dovranno probabilmente introdurre verifiche d’età più robuste, flussi di autorizzazione parentale, dashboard per i genitori, limiti di contatto, time limit e modalità teen separate. Gli sviluppatori di videogiochi online dovranno valutare ricompense, loot box, chat vocali, matchmaking e monetizzazione in-app. I fornitori di chatbot e assistenti IA dovranno chiedersi se il servizio possa generare dipendenza emotiva, interazioni inappropriate o consigli non adatti all’età. Gli operatori educativi, se l’esclusione sarà confermata, avranno meno vincoli ma dovranno comunque rispettare privacy, sicurezza e design adeguato ai minori.

Le critiche: divieto, privacy e responsabilità delle piattaforme

Le organizzazioni per i diritti dei minori non contestano l’esistenza del problema, ma avvertono che la sola soglia anagrafica può creare una falsa sicurezza. UNICEF sostiene che le restrizioni d’età da sole non bastano: le aziende devono riprogettare i prodotti mettendo al centro sicurezza e benessere, migliorare moderazione e design, e usare strumenti di age assurance rispettosi dei diritti. In una nota dedicata alle restrizioni sui social, l’organizzazione avverte anche che sistemi mal costruiti possono spostare l’onere su genitori e caregiver, ridurre l’accountability delle piattaforme e spingere i ragazzi verso spazi meno regolati. Fonte: UNICEF.

Il rischio di elusione è reale. Account presi in prestito, date di nascita false, VPN, dispositivi condivisi e piattaforme minori non cooperative possono indebolire qualsiasi modello. Per questo il valore dell’EU Kids Act non dipenderà soltanto dalla soglia dei 15 anni, ma dalla combinazione tra verifica dell’età, obblighi di design, controlli indipendenti, sanzioni, educazione digitale e strumenti realmente utilizzabili dai genitori. Se Bruxelles si limiterà a un’età minima, il provvedimento sarà fragile; se invece costringerà i servizi a cambiare logiche di engagement, notifiche, raccomandazioni e monetizzazione dei minori, l’impatto sarà molto più profondo.

I prossimi passaggi

La scansione è già fissata: discorso sullo Stato dell’Unione il 16 settembre 2026, presentazione del pacchetto il 17 settembre, poi negoziato con Consiglio e Parlamento europeo. Politico riferisce che i commissari dovrebbero discutere il testo questa settimana e che l’adozione potrebbe avvenire tramite procedura scritta, ma la bozza resta modificabile fino alla presentazione. Dopo l’adozione della proposta, inizierà il normale iter legislativo dell’UE: Stati membri ed eurodeputati potranno cambiare soglia d’età, perimetro dei servizi, meccanismi di consenso, sanzioni e calendario di entrata in vigore.

Le date da seguire, quindi, sono tre: il 17 settembre 2026 per conoscere il testo ufficiale; la fine del 2026 per il rollout degli strumenti europei di verifica dell’età e del wallet d’identità digitale; i mesi successivi per capire se il Parlamento spingerà di nuovo verso i 16 anni o se prevarrà il compromesso a 15 anni. Il punto ormai acquisito è che l’Europa non considera più sufficiente il modello basato su autodichiarazione dell’età e termini di servizio ignorati: la sicurezza dei minori online sta diventando un vincolo di progettazione industriale per social, gaming e intelligenza artificiale.

L'opinione di Francesco Giuliani

Vedo in questo Kids Act un passaggio necessario, soprattutto perché sposta il discorso dalla colpa dei ragazzi alla responsabilità dei prodotti. Per anni abbiamo chiesto a famiglie e scuole di compensare con regole domestiche sistemi progettati per massimizzare attenzione, permanenza e ritorno compulsivo. Una soglia d’età non risolve tutto, ma può diventare utile se obbliga le piattaforme a costruire esperienze diverse per i minori: meno feed infinito, meno notifiche aggressive, meno contatti non richiesti, più controllo reale su raccomandazioni e privacy.

La sfida sarà evitare due errori. Il primo è creare un’infrastruttura di verifica dell’età che raccolga troppi dati e trasformi la protezione dei minori in sorveglianza generalizzata. Il secondo è pensare che basti chiudere una porta per rendere sicuro l’intero quartiere digitale. L’opportunità, invece, è costruire uno standard europeo esportabile: verifica minima dei dati, audit indipendenti, design verificabile e account per ragazzi davvero diversi da quelli degli adulti. Se l’Europa riesce a tenere insieme protezione, privacy e innovazione, il Kids Act può diventare una delle regole tecnologiche più importanti del decennio.

Fonti verificate

Scritto da

Francesco Giuliani

Fondatore e direttore editoriale de Il Modello

Francesco Giuliani è un imprenditore, sviluppatore e innovatore italiano attivo nel settore dell'intelligenza artificiale, dell'editoria digitale e della comunicazione. È fondatore e CEO di Faraday AI Studio, agenzia italiana specializzata in soluzioni AI per imprese, reputazione digitale e difesa.

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