Sovranità digitale: come riprendere il controllo di software, dati, cloud e identità
La sovranità digitale è la capacità di scegliere alternative tecnologiche libere da dipendenze eccessive. Non significa rinunciare ai servizi commerciali, ma riprendere il controllo sui dati, il software e le infrastrutture.
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Ogni giorno accendiamo un computer o uno smartphone, apriamo un browser, consultiamo una mappa, salviamo documenti online, inviamo email, installiamo applicazioni e utilizziamo password per accedere a servizi che ormai fanno parte della nostra quotidianità. Sono operazioni diventate così normali che difficilmente ci fermiamo a chiederci cosa succeda dietro le quinte.
Chi sviluppa realmente il software che stiamo utilizzando? Dove vengono conservati i nostri file? Quale azienda gestisce l'infrastruttura? In quale Paese si trovano i server? Quali informazioni vengono raccolte mentre navighiamo e, soprattutto, quale controllo manteniamo sui nostri dati una volta affidati a un servizio esterno?
È proprio da queste domande che nasce il concetto di sovranità digitale.
Non significa necessariamente rifiutare qualsiasi tecnologia americana o cinese, né vivere scollegati dai servizi commerciali. Significa piuttosto essere consapevoli delle dipendenze tecnologiche che costruiamo e avere la possibilità concreta di scegliere alternative quando queste dipendenze diventano eccessive.
Possiamo osservare il problema da almeno tre prospettive.
La prima riguarda i dati: dove vengono archiviati, quali soggetti possono consultarli e quale legislazione si applica.
La seconda riguarda il software: chi ne controlla lo sviluppo, se il codice può essere analizzato, se possiamo modificarlo e quanto siamo vincolati alle decisioni commerciali di una singola azienda.
La terza riguarda l'infrastruttura: server, reti, protocolli, servizi cloud e perfino il router che utilizziamo in casa o in ufficio.
Un'azienda può modificare i prezzi, interrompere un prodotto, cambiare le condizioni di utilizzo o semplicemente decidere che una funzione non è più strategica. Quando gran parte della nostra vita digitale dipende da quell'ecosistema, la capacità di scelta diminuisce.
Chi utilizza Linux ha probabilmente già ridotto una parte di questa dipendenza. Un sistema operativo aperto, verificabile e modificabile rappresenta infatti un buon punto di partenza. Ma installare Linux non significa aver risolto automaticamente il problema.
La sovranità digitale riguarda anche la distribuzione scelta, i sistemi con cui installiamo le applicazioni, la suite da ufficio, il browser, il DNS, il provider cloud, le mappe utilizzate ogni giorno e persino il modo in cui custodiamo password e codici di autenticazione.
L'obiettivo non è sostituire ogni strumento commerciale per principio. È recuperare la possibilità di decidere.
Quale distribuzione Linux scegliere per avere più controllo
Linux offre già un livello di autonomia difficilmente raggiungibile con un sistema operativo completamente proprietario. All'interno del mondo Linux, tuttavia, esistono filosofie e modelli di governance molto differenti.
Una distribuzione non è soltanto un insieme di pacchetti. Dietro ogni progetto troviamo persone, fondazioni, aziende, sponsor e sistemi decisionali che possono incidere sul futuro della piattaforma.
Aziende, community e modelli di governance
Ubuntu rappresenta uno degli esempi più importanti della diffusione commerciale dell'Open Source. Il progetto è sviluppato da Canonical, società privata che negli anni ha contribuito in maniera decisiva a rendere Linux accessibile a milioni di persone.
Il rapporto tra Ubuntu e la propria community, però, non è sempre stato privo di discussioni. In passato alcune decisioni, come l'integrazione della ricerca Amazon nella Dash, generarono molte critiche e furono successivamente riviste.
Fedora segue un modello differente. Il progetto è fortemente sostenuto da Red Hat, oggi parte di IBM, ma conserva una struttura di governance comunitaria attraverso il Fedora Council.
Ancora diversa è Debian.
Debian non appartiene a una società commerciale e le principali decisioni vengono prese attraverso processi comunitari e votazioni degli sviluppatori. Questo riduce la possibilità che un cambio di strategia aziendale possa modificare improvvisamente la direzione dell'intero progetto.
Non significa che Debian sia automaticamente la distribuzione migliore per tutti. Ubuntu, per esempio, continua a essere una delle porte d'ingresso più semplici e consolidate nell'universo Linux e il suo enorme successo ha contribuito a migliorare il supporto software dell'intero ecosistema Debian.
Se però il criterio principale è ottenere il massimo livello possibile di indipendenza dalle decisioni di una singola impresa, un modello comunitario come quello Debian offre qualche garanzia strutturale in più.
Flatpak e Snap: una differenza che riguarda anche il controllo
La discussione diventa ancora più interessante quando passiamo ai sistemi di distribuzione delle applicazioni.
Flatpak permette a chiunque di realizzare e mantenere repository indipendenti. Flathub, il repository più conosciuto dell'ecosistema, è gestito secondo un modello comunitario.
Snap presenta invece una struttura differente.
Il client snapd è Open Source, mentre l'infrastruttura centrale utilizzata per distribuire i pacchetti dipende dallo Snap Store di Canonical, il cui backend non è aperto.
Dal punto di vista tecnico è possibile realizzare store alternativi, e Canonical stessa documenta questa possibilità. Nella pratica, però, non si è sviluppato un ecosistema comunitario alternativo paragonabile a quello esistente intorno a Flatpak e Flathub.
Le tensioni aumentarono quando Ubuntu cominciò, in alcuni casi, a installare automaticamente versioni Snap di programmi come Chromium o Firefox anche partendo da comandi APT tradizionali.
Linux Mint fu tra le distribuzioni più critiche nei confronti di questo approccio e decise di non installare Snap per impostazione predefinita, introducendo anche meccanismi per impedire che snapd venisse aggiunto automaticamente senza una scelta esplicita dell'utente.
È un esempio apparentemente molto tecnico, ma mostra bene il significato concreto della sovranità digitale: sapere chi controlla il canale attraverso cui riceviamo il software.
Quando anche i governi scelgono Linux
La questione non interessa soltanto gli appassionati.
Diverse amministrazioni europee stanno ragionando da tempo sulla dipendenza dalle piattaforme proprietarie utilizzate all'interno della pubblica amministrazione.
In Francia il tema è diventato particolarmente rilevante anche in relazione alla possibilità che dati gestiti da società statunitensi possano essere richiesti dalle autorità USA. Le amministrazioni francesi hanno avviato iniziative per ridurre progressivamente la dipendenza da Windows e dalle piattaforme proprietarie.
La Germania rappresenta un altro caso significativo. Lo Schleswig-Holstein ha intrapreso una migrazione su larga scala verso Linux e software Open Source, coinvolgendo decine di migliaia di postazioni.
Nel 2025 circa l'80% delle sue postazioni, nell'ordine delle 30.000 unità, risultava coinvolto nel processo di passaggio.
Anche in Baviera il rapporto con le grandi piattaforme proprietarie è stato oggetto di discussione, fino alla cancellazione di un accordo quadro con Microsoft dal valore indicato in circa 1,16 miliardi di dollari nell'arco di cinque anni.
Nel giugno 2026 anche la Commissione europea ha pubblicato una strategia dedicata all'Open Source con l'obiettivo di indirizzare una parte della gigantesca spesa pubblica europea in software verso soluzioni maggiormente controllabili.
L'Italia dispone già di una base normativa interessante. L'articolo 68 del Codice dell'Amministrazione Digitale prevede infatti che le amministrazioni valutino prioritariamente software sviluppato internamente e soluzioni Open Source rispetto alle alternative proprietarie.
Il PNRR ha inoltre destinato oltre un miliardo di euro al Polo Strategico Nazionale, con l'obiettivo di rafforzare la gestione sul territorio delle infrastrutture e dei dati della Pubblica Amministrazione.
Sul desktop, tuttavia, manca ancora una migrazione generalizzata paragonabile ad alcune esperienze tedesche.
Suite da ufficio: documenti senza dipendere da un unico ecosistema
Dopo il sistema operativo arriva inevitabilmente il software utilizzato per lavorare.
Documenti, fogli di calcolo e presentazioni sono tra i file che conserviamo più a lungo. Proprio per questo il formato in cui vengono creati è importante quasi quanto il programma utilizzato per modificarli.
In questo settore le alternative Open Source sono ormai mature.
LibreOffice e OnlyOffice: due approcci differenti
LibreOffice è sviluppato sotto la supervisione della The Document Foundation, organizzazione no-profit, e utilizza come formato principale l'OpenDocument Format, o ODF.
ODF è uno standard aperto ISO e può essere implementato da qualsiasi software.
LibreOffice mette a disposizione Writer, Calc, Impress e diversi altri componenti dedicati a documenti, fogli di calcolo, presentazioni, disegno e database. Uno dei suoi vantaggi è la capacità di lavorare completamente offline senza richiedere account o servizi cloud.
OnlyOffice ha scelto una strada differente.
Il software, sviluppato dall'azienda lettone Ascensio System, utilizza come formati principali DOCX, XLSX e PPTX. L'interfaccia ricorda molto da vicino quella delle versioni moderne di Microsoft Office e la compatibilità con i documenti Microsoft rappresenta uno dei suoi punti di forza.
Per un'azienda che riceve ogni giorno file prodotti con Microsoft Office, questa scelta può ridurre parecchi problemi di formattazione.
OnlyOffice offre inoltre funzioni collaborative e può essere installato su infrastrutture proprie.
Da una parte abbiamo quindi LibreOffice, più orientato agli standard realmente aperti; dall'altra OnlyOffice, che privilegia la compatibilità con il formato dominante del mercato.
Non sorprende che proprio questa differenza abbia generato qualche polemica.
The Document Foundation ha criticato la scelta di adottare OOXML come formato principale, sostenendo che continuare a produrre documenti in formati sviluppati nell'ecosistema Microsoft mantenga indirettamente una forma di dipendenza.
OnlyOffice ribatte con un argomento molto pragmatico: per migliaia di aziende poter scambiare senza problemi file DOCX e XLSX con clienti e fornitori è semplicemente indispensabile.
Entrambe le posizioni hanno una loro logica.
Collabora porta LibreOffice direttamente nel browser
Chi cerca un'esperienza simile a Google Docs ma vuole mantenere l'infrastruttura sotto il proprio controllo può considerare Collabora Online.
La piattaforma utilizza la tecnologia di LibreOffice per consentire la modifica collaborativa dei documenti direttamente dal browser.
Può essere installata su un server aziendale oppure su infrastruttura europea e si integra molto bene con soluzioni come Nextcloud.
In questo modo sia i documenti sia l'applicazione con cui vengono modificati possono restare nell'infrastruttura scelta dall'organizzazione, senza necessariamente transitare dai servizi Google o Microsoft.
CryptPad e il modello zero knowledge
CryptPad spinge il concetto ancora più avanti.
Il progetto, sviluppato dalla francese XWiki SAS e sostenuto anche attraverso finanziamenti pubblici francesi, utilizza crittografia end-to-end eseguita direttamente nel browser.
Il modello è di tipo zero knowledge: nemmeno chi gestisce il server dovrebbe essere in grado di leggere il contenuto dei documenti.
La piattaforma comprende strumenti per testi, fogli di calcolo, presentazioni, Kanban, moduli e lavagne ed è distribuita con licenza AGPL.
Questa architettura introduce però qualche compromesso.
La condivisione dei documenti utilizza collegamenti che incorporano le informazioni necessarie alla decifratura. In alcune situazioni revocare completamente un accesso può quindi richiedere la clonazione del documento e l'eliminazione di quello precedente.
È il prezzo da pagare per spostare una parte molto maggiore del controllo crittografico nelle mani dell'utente.
L'esempio italiano di LibreDifesa
L'Italia possiede comunque un caso importante di migrazione verso software libero.
Nell'ottobre 2015 il Ministero della Difesa avviò LibreDifesa, progetto dedicato alla migrazione a LibreOffice di circa 150.000 postazioni desktop appartenenti alle Forze Armate.
Il progetto venne realizzato con la collaborazione di LibreItalia, che partecipò alla formazione dei formatori interni.
All'epoca rappresentava uno dei più grandi progetti europei di migrazione verso software libero, secondo soltanto a quello che aveva coinvolto circa 240.000 computer del Ministero dell'Interno francese.
Le valutazioni economiche relative al risparmio sulle licenze variarono: alcune stime indicavano poco più di dieci milioni di euro, mentre dichiarazioni dell'allora Ministro della Difesa arrivarono a indicare cifre comprese tra 26 e 29 milioni.
Al di là della cifra precisa, LibreDifesa dimostra che l'Open Source può diventare una scelta infrastrutturale anche all'interno di organizzazioni enormi e particolarmente sensibili.
Anche l'email merita attenzione
La posta elettronica è un altro elemento spesso dimenticato.
Tra i servizi europei possono essere valutati Tuta, precedentemente Tutanota, e Posteo, entrambi tedeschi e particolarmente orientati alla privacy.
Tuta utilizza crittografia per proteggere i contenuti e non basa il proprio modello economico sulla profilazione pubblicitaria.
Posteo presta invece particolare attenzione anche alla sostenibilità dell'infrastruttura e permette di utilizzare sistemi crittografici per elementi come rubrica e calendario.
La scelta di un provider email è importante perché la casella di posta rappresenta spesso il centro dell'intera identità digitale: attraverso l'email vengono recuperate password e confermati accessi a quasi tutti gli altri servizi.
Browser e DNS: la privacy comincia prima ancora di aprire un sito
Il browser è probabilmente uno dei programmi che utilizziamo più frequentemente.
Firefox continua a essere uno dei punti di partenza più interessanti per chi desidera ridurre la dipendenza dall'ecosistema Chromium.
Il browser è sviluppato da Mozilla Corporation, controllata dalla Mozilla Foundation, e dispone di diverse funzioni dedicate alla protezione dal tracciamento.
Supporta inoltre DNS-over-HTTPS.
Chi desidera un livello di protezione ancora superiore può modificare numerose impostazioni. Progetti come Arkenfox mettono a disposizione configurazioni molto restrittive, anche se richiedono una certa competenza e possono compromettere la compatibilità con alcuni siti.
Esistono però alternative già configurate con un'impostazione più aggressiva.
LibreWolf e Mullvad Browser
LibreWolf è un fork comunitario di Firefox nel quale molte funzioni potenzialmente invasive vengono modificate fin dall'installazione.
La telemetria è disabilitata, uBlock Origin è incluso e diversi servizi collegati all'ecosistema Mozilla vengono resi opzionali.
Firefox Sync, per esempio, non viene imposto all'utente.
Mullvad Browser nasce invece dalla collaborazione tra Mullvad VPN e Tor Project.
Utilizza molte delle tecniche anti-fingerprinting sviluppate per Tor Browser ma, a differenza di quest'ultimo, non instrada automaticamente il traffico attraverso la rete Tor.
Può quindi essere utilizzato come browser tradizionale, eventualmente insieme a una VPN.
Un'altra funzione molto utile dell'universo Firefox è quella dei container.
I contenitori consentono di separare cookie e sessioni di gruppi differenti di siti. È possibile, per esempio, mantenere una sessione Google dedicata al lavoro separata da quella personale, riducendo la possibilità di collegare le diverse attività.
Il DNS è una parte della navigazione che spesso dimentichiamo
Quando scriviamo un dominio nel browser, un resolver DNS deve trasformarlo nell'indirizzo IP del server corrispondente.
Questo significa che il resolver può conoscere una parte consistente dei domini richiesti dal dispositivo.
Tra i servizi più popolari troviamo Google Public DNS, identificato principalmente con 8.8.8.8, e Cloudflare con 1.1.1.1.
Entrambi sono gestiti da società statunitensi.
Per chi considera importante anche la giurisdizione del resolver esistono però alternative europee.
Nel 2025 è stato lanciato DNS4EU, iniziativa sostenuta attraverso finanziamenti della Commissione europea e nata con il coinvolgimento di un consorzio composto da 13 membri distribuiti in dieci Paesi dell'Unione.
Il progetto è stato guidato dalla società ceca Whalebone e si inserisce nella strategia europea di riduzione della dipendenza da infrastrutture DNS extra-UE.
Il servizio può essere utilizzato gratuitamente anche dagli utenti privati.
Un'altra possibilità interessante è Quad9.
Il servizio è gestito da una fondazione no-profit con sede in Svizzera e propone resolver che possono bloccare automaticamente domini riconosciuti come malevoli.
È disponibile anche una modalità priva di filtri per chi desidera utilizzare il resolver senza sistemi di blocco.
Sovranità digitale anche nel router
Il percorso dei nostri dati non comincia dal cloud: parte dal dispositivo collegato alla rete.
Ecco perché persino il router merita attenzione.
FRITZ!, società berlinese con una lunga storia nel settore delle telecomunicazioni, rappresenta uno dei marchi europei più conosciuti.
La sua storia passa dalla FRITZ!Card introdotta negli anni Novanta fino al FRITZ!Box, arrivato nel 2004 e successivamente evoluto in dispositivi che combinano modem, router Wi-Fi, telefonia e funzioni smart home.
Nel mondo sono stati utilizzati decine di milioni di dispositivi del marchio.
L'azienda ha inoltre partecipato alle discussioni sugli standard aperti del settore e al principio del cosiddetto modem libero, secondo cui l'utente dovrebbe poter scegliere autonomamente il dispositivo da collegare alla propria linea.
Attraverso organizzazioni e alleanze del settore, FRITZ! partecipa inoltre allo sviluppo di standard internazionali per le reti domestiche.
La sovranità digitale, in altre parole, può cominciare davvero dalla piccola scatola collegata alla fibra sotto la scrivania.
Cloud e storage: dove finiscono realmente i nostri dati?
Per anni parlare di cloud ha significato quasi automaticamente citare AWS, Microsoft Azure o Google Cloud.
Oggi il mercato europeo offre alternative molto più mature.
Tra i nomi più conosciuti troviamo Aruba, azienda italiana attiva dagli anni Novanta, Hetzner, provider tedesco molto popolare tra sviluppatori e amministratori di sistema, e OVHcloud, gruppo francese diventato uno dei principali operatori cloud europei.
Le differenze fra questi provider riguardano prezzi, interfacce e servizi, ma il punto centrale dal punto di vista della sovranità digitale è un altro: la giurisdizione.
GDPR e Cloud Act non sono la stessa cosa
Le società statunitensi che trattano dati di cittadini europei devono comunque rispettare il GDPR.
Questo, però, non elimina completamente la questione della legislazione americana.
Il Cloud Act statunitense può imporre ad alcune aziende soggette alla giurisdizione USA di rispondere alle richieste delle autorità anche quando determinati dati sono conservati fisicamente fuori dagli Stati Uniti.
È proprio questa sovrapposizione tra localizzazione dei server e nazionalità dell'azienda a rendere complesso il concetto di sovranità cloud.
Utilizzare un datacenter europeo di una società americana e utilizzare un provider europeo non sono quindi necessariamente la stessa cosa dal punto di vista giuridico.
Aruba, Hetzner e OVHcloud
Aruba offre il vantaggio evidente di essere un operatore italiano con infrastrutture e assistenza disponibili anche nella nostra lingua.
OVHcloud è francese e possiede una presenza molto importante in Europa.
Hetzner ha sede in Germania e opera grandi infrastrutture in località come Norimberga, Falkenstein e Helsinki. È particolarmente conosciuto dagli sviluppatori per il rapporto tra prezzo e risorse disponibili.
Sul supporto esistono differenze.
Aruba e OVHcloud dispongono di canali dedicati anche al mercato italiano, mentre con Hetzner l'assistenza viene normalmente gestita in inglese o tedesco.
Quanto è facile cambiare cloud?
La libertà non riguarda soltanto la possibilità di scegliere oggi. È importante anche poter cambiare domani.
Aruba e OVHcloud fanno ampio uso di tecnologie OpenStack in una parte della propria infrastruttura.
OpenStack è una delle piattaforme Open Source più diffuse per costruire servizi cloud.
In teoria questo rende più semplice trasferire determinati workload fra infrastrutture compatibili, anche se nella pratica nessuna migrazione cloud complessa avviene premendo un pulsante: configurazioni di rete, storage, servizi gestiti e automazioni devono quasi sempre essere adattati.
Hetzner segue un approccio differente e utilizza proprie API e interfacce.
Questo non impedisce comunque l'automazione. Strumenti Infrastructure as Code come Terraform permettono di gestire l'infrastruttura in maniera relativamente portabile.
Il vero obiettivo dovrebbe essere progettare applicazioni che non dipendano in maniera irreversibile da un singolo servizio proprietario.
Quanto costa partire
Per ospitare un sito, un blog o una piccola applicazione, i tre provider dispongono di offerte entry level.
Nel confronto riportato, Hetzner propone la propria gamma Cloud articolata in configurazioni differenti: le soluzioni Cost-Optimized partono da circa 5,99 euro al mese, le Regular Performance da circa 11,99 euro e le macchine General Purpose dedicate a carichi più impegnativi da circa 43,49 euro.
Aruba dispone di Cloud VPS con configurazioni Starter che possono partire da circa 1,99 euro al mese, mentre configurazioni con maggiori risorse partono da cifre intorno ai 6,29 euro.
OVHcloud propone VPS con piani d'ingresso nell'ordine di pochi euro al mese e configurazioni più potenti che si avvicinano ai venti euro, includendo in alcuni piani traffico illimitato e sistemi di backup automatico.
Naturalmente i prezzi cloud cambiano frequentemente e vanno sempre verificati direttamente sui rispettivi siti prima dell'acquisto.
Quale provider scegliere?
Non esiste una risposta valida per tutti.
Chi vuole principalmente un interlocutore italiano può trovare in Aruba una scelta naturale, soprattutto perché lo stesso operatore consente di crescere verso server dedicati e infrastrutture più articolate.
OVHcloud offre un ecosistema molto ampio e un'infrastruttura europea di grandi dimensioni.
Hetzner continua invece a essere particolarmente apprezzato da sviluppatori e utenti Linux. La diffusione del provider ha creato un'enorme quantità di documentazione non ufficiale, tutorial, script e discussioni tecniche facilmente reperibili online.
Tra le alternative italiane merita attenzione anche Seeweb, provider particolarmente attento alla sostenibilità dell'infrastruttura, all'impiego di energia proveniente da fonti rinnovabili certificate e all'efficienza energetica dei datacenter.
Il criterio migliore resta comunque uno: scegliere il provider in funzione delle proprie esigenze evitando, quando possibile, architetture che rendano tecnicamente o economicamente impossibile una futura migrazione.
Mappe e navigazione: esiste una vita oltre Google Maps
La posizione geografica è uno dei dati più sensibili che possiamo produrre.
Le nostre ricerche raccontano cosa ci interessa. La cronologia degli spostamenti può invece raccontare dove abitiamo, dove lavoriamo, quali locali frequentiamo, quali persone incontriamo e quali luoghi visitiamo con regolarità.
Google Maps resta uno strumento estremamente efficace, ma la comodità ha un prezzo in termini di quantità di informazioni gestite dall'ecosistema.
A partire dal 2024 Google ha modificato il funzionamento della Timeline spostando maggiormente la gestione della cronologia sul dispositivo. Ciò non elimina però l'enorme quantità di informazioni geografiche che può essere associata all'utilizzo dei diversi servizi Google.
Per chi preferisce un modello differente esistono alternative mature.
OpenStreetMap: la cartografia costruita dalla comunità
La base tecnologica di molte applicazioni alternative è OpenStreetMap.
Il progetto nasce nel 2004 con un'idea semplice ma rivoluzionaria: realizzare una mappa del mondo i cui dati possano essere utilizzati, modificati e ridistribuiti.
Strade, edifici, negozi, sentieri, fermate e punti di interesse vengono aggiornati da una gigantesca comunità internazionale di volontari.
Nessuna singola società possiede l'intera cartografia.
Chiunque può scaricare i dati e utilizzarli per sviluppare applicazioni, servizi di navigazione o sistemi geografici.
La copertura non è identica ovunque.
In alcune aree poco frequentate la quantità di informazioni può essere inferiore rispetto a Google Maps. In zone dove la comunità locale è molto attiva, però, OpenStreetMap può offrire dettagli notevoli, soprattutto per sentieri, piste ciclabili, percorsi pedonali ed elementi che interessano meno alle piattaforme commerciali.
Organic Maps: mappe offline senza account
Organic Maps è probabilmente una delle applicazioni più semplici per chi desidera iniziare.
Utilizza i dati OpenStreetMap, permette di scaricare mappe sul dispositivo e può funzionare anche offline.
Non richiede necessariamente un account e punta molto sulla riduzione della raccolta dei dati.
Una volta scaricata la regione interessata, numerose funzioni di navigazione possono essere utilizzate senza una connessione permanente ai server.
Nel 2025 il progetto è stato però interessato da alcune tensioni interne.
Un gruppo di collaboratori ha lasciato Organic Maps e ha dato vita a CoMaps, contestando alcuni aspetti relativi alla governance e alla gestione del progetto.
CoMaps propone oggi un'esperienza molto simile ma con una struttura esplicitamente comunitaria e no-profit.
È disponibile anche attraverso F-Droid, oltre ai principali store mobili.
OsmAnd per chi vuole molte più funzioni
OsmAnd utilizza anch'esso i dati di OpenStreetMap, ma si rivolge a un pubblico che desidera strumenti più avanzati.
Supporta navigazione offline, percorsi escursionistici, GPX, informazioni topografiche, dati di elevazione e numerose modalità di visualizzazione.
Il progetto è Open Source con licenza GPLv3, anche se alcuni elementi grafici non seguono lo stesso modello di licenza.
La quantità di funzioni ha un effetto collaterale: l'interfaccia può sembrare decisamente più complessa rispetto a Organic Maps o CoMaps.
La versione gratuita prevede inoltre alcuni limiti, mentre le offerte a pagamento consentono di ampliare il numero di mappe e le funzionalità disponibili. I piani indicati comprendono opzioni annuali a partire da circa 14,99 euro e configurazioni Pro anche mensili intorno ai 5,99 euro.
Per chi usa la navigazione semplicemente per spostarsi in città o raggiungere una destinazione durante le vacanze, Organic Maps o CoMaps sono probabilmente le alternative più immediate.
Escursionisti, ciclisti e utenti che lavorano molto con mappe e tracciati potrebbero invece preferire OsmAnd.
Quando OpenStreetMap diventò fondamentale dopo il terremoto
Uno degli esempi più interessanti della forza di un progetto cartografico aperto arrivò dopo il terremoto che colpì il Centro Italia nell'agosto 2016.
Più di 160 volontari contribuirono rapidamente all'aggiornamento delle mappe delle zone interessate.
Ad Amatrice il numero di edifici inseriti nella cartografia passò da poche unità a diverse migliaia.
Le mappe vennero aggiornate anche con informazioni utili alle operazioni di soccorso, comprese aree utilizzate per campi e strutture temporanee.
Protezione Civile e Vigili del Fuoco poterono utilizzare dati aggiornati rapidamente da una comunità distribuita in tutto il mondo.
È uno degli esempi migliori del valore di un'infrastruttura aperta: quando i dati possono essere aggiornati da chiunque, una comunità può reagire a un'emergenza con una velocità difficilmente raggiungibile attraverso un singolo soggetto commerciale.
Password e identità: le chiavi della nostra vita digitale
Possiamo utilizzare Linux, un browser rispettoso della privacy e un cloud europeo, ma tutto questo serve a poco se la nostra identità digitale dipende da una password debole salvata nel posto sbagliato.
Le credenziali sono probabilmente il punto più delicato dell'intera catena.
I password manager integrati nei browser sono comodi, ma creano inevitabilmente un legame con l'ecosistema del browser.
Con Chrome, per esempio, la sincronizzazione delle password è strettamente associata all'account Google.
Firefox adotta un'impostazione differente, ma un gestore dedicato offre generalmente strumenti più avanzati.
Bitwarden e la possibilità del self-hosting
Bitwarden, nato nel 2016, è diventato uno dei password manager Open Source più conosciuti.
Il codice dei client per browser, desktop, dispositivi mobili e riga di comando è pubblico, così come una parte importante dell'infrastruttura server.
Questo permette di scegliere differenti modalità di utilizzo.
La soluzione più semplice consiste nell'utilizzare il cloud gestito direttamente da Bitwarden. Chi desidera conservare i dati nell'Unione europea può scegliere l'infrastruttura europea disponibile attraverso il dominio dedicato.
Esiste poi il self-hosting del server ufficiale.
Un'altra soluzione molto popolare è Vaultwarden, implementazione compatibile scritta in Rust e progettata per consumare poche risorse.
Può funzionare anche su piccoli VPS e permette di costruire un'infrastruttura personale mantenendo la compatibilità con molti client Bitwarden.
Il piano gratuito ufficiale rimane molto completo, mentre l'abbonamento Premium continua ad avere un prezzo relativamente contenuto, nell'ordine di poche decine di dollari all'anno.
Proton Pass e il peso della giurisdizione svizzera
Proton Pass è arrivato sul mercato nel 2023 all'interno dell'ecosistema Proton, lo stesso di Proton Mail e Proton VPN.
L'azienda punta molto sulla propria struttura svizzera e sull'utilizzo di infrastrutture localizzate in Paesi europei.
I client di Proton Pass sono Open Source e sono stati sottoposti ad audit indipendenti.
Il server non è invece disponibile per il self-hosting nello stesso modo di Bitwarden, quindi l'utente continua a dipendere dall'infrastruttura Proton.
Uno degli aspetti interessanti è la crittografia applicata non soltanto alla password ma anche a diverse informazioni associate alle credenziali, come URL e nomi utente.
È quindi una soluzione particolarmente interessante per chi preferisce un servizio gestito ma desidera ridurre la dipendenza da infrastrutture statunitensi.
KeePassXC: il cloud può anche non esistere
KeePassXC affronta il problema da una prospettiva completamente diversa.
Non esiste un server centrale obbligatorio.
L'intero archivio delle password viene memorizzato in un file cifrato nel formato .kdbx.
Quel file può rimanere semplicemente sul computer, essere copiato su una chiavetta oppure sincronizzato attraverso il sistema scelto dall'utente.
È possibile, per esempio, utilizzare Syncthing oppure conservarlo all'interno di un proprio server Nextcloud.
Il vantaggio è evidente: nessuna società deve necessariamente custodire il database delle password.
Il rovescio della medaglia è altrettanto evidente: backup e sincronizzazione diventano responsabilità dell'utente.
Non esiste inoltre un'unica applicazione mobile ufficiale legata a KeePassXC. Su Android si possono utilizzare programmi compatibili come KeePassDX, capaci di aprire lo stesso formato .kdbx.
Per alcune persone è un limite. Per altre è esattamente ciò che significa avere il controllo.
Anche l'autenticazione a due fattori può essere indipendente
La password non è più sufficiente per proteggere gli account più importanti.
Per questo l'autenticazione a due fattori è diventata uno standard.
Bisogna però fare attenzione a non spostare semplicemente la dipendenza da un punto all'altro.
Se tutti i codici 2FA sono conservati esclusivamente all'interno di Google Authenticator sincronizzato con lo stesso account Google utilizzato per altri servizi, quell'account può diventare un punto centrale dell'intera identità digitale.
In caso di blocco, compromissione o perdita dell'account, recuperare l'accesso agli altri servizi può diventare molto più complicato.
Su Android una delle alternative più interessanti è Aegis Authenticator.
Aegis è Open Source e supporta i principali standard TOTP e HOTP utilizzati dai sistemi di autenticazione a due fattori.
Per impostazione predefinita il database dei codici resta sul dispositivo.
Il vault può essere cifrato e protetto tramite password o autenticazione biometrica.
Anche i backup possono essere cifrati e, soprattutto, è l'utente a decidere dove conservarli.
È quindi possibile salvarli localmente, copiarli su un altro dispositivo o sincronizzarli attraverso un'infrastruttura controllata personalmente, per esempio Nextcloud.
Aegis comprende inoltre strumenti per importare configurazioni provenienti da altre applicazioni, facilitando il passaggio da Google Authenticator, Microsoft Authenticator, Authy e soluzioni simili.
L'applicazione è disponibile sia attraverso Google Play sia tramite F-Droid, lo store dedicato alle applicazioni Android libere e Open Source.
La sovranità digitale non richiede di abbandonare tutto
Il punto più importante è forse proprio questo.
Essere digitalmente indipendenti non significa cancellare domani mattina Google, Microsoft, Amazon o qualsiasi servizio proprietario.
Per moltissime persone e aziende sarebbe persino poco realistico.
La sovranità digitale è soprattutto la capacità di evitare che una singola azienda diventi indispensabile.
Significa conservare i documenti in formati che possano essere aperti anche con altri programmi.
Significa sapere come esportare i propri dati.
Significa scegliere un provider cloud senza progettare l'intera infrastruttura intorno a servizi impossibili da trasferire.
Significa poter cambiare browser senza perdere la propria identità.
Significa conservare password e codici di autenticazione in sistemi dai quali sia possibile uscire.
E significa conoscere almeno in parte la giurisdizione sotto cui operano i servizi ai quali affidiamo informazioni personali o aziendali.
Non è necessario cambiare tutto contemporaneamente.
Si può iniziare dal browser. Poi dal DNS. Successivamente dalle password. Magari si può sostituire una parte dei servizi cloud oppure iniziare a utilizzare formati aperti per i documenti più importanti.
Ogni dipendenza eliminata rende l'ecosistema digitale un po' più resiliente.
Linux dimostra da decenni che un'infrastruttura tecnologica può essere costruita attraverso modelli differenti da quelli completamente proprietari.
OpenStreetMap dimostra che una comunità può realizzare una cartografia utilizzata in tutto il mondo.
LibreOffice dimostra che documenti e fogli di calcolo non devono necessariamente appartenere a un singolo ecosistema.
Bitwarden e KeePass dimostrano che persino le credenziali possono essere gestite attraverso strumenti aperti.
DNS4EU mostra che anche le istituzioni europee stanno iniziando a considerare strategici elementi dell'infrastruttura Internet che per anni sono stati trattati come semplici servizi tecnici.
E il crescente interesse delle pubbliche amministrazioni europee per Linux, Open Source, cloud europei e infrastrutture controllabili dimostra che il tema ha ormai superato da tempo il mondo degli appassionati.
La domanda quindi non è più se sia possibile costruire una vita digitale meno dipendente dalle grandi piattaforme.
Gli strumenti esistono già.
La vera domanda è quanto controllo vogliamo mantenere sulle tecnologie che utilizziamo ogni giorno.
Perché la sovranità digitale non nasce da una singola applicazione e nemmeno dalla scelta di un determinato sistema operativo.
Nasce dalla possibilità di scegliere, cambiare e comprendere.
Ed è proprio quella possibilità, in un mondo nel quale una parte sempre maggiore della nostra vita passa attraverso software e servizi online, a rappresentare una delle forme più concrete di libertà digitale.

Francesco Giuliani
Fondatore e direttore editoriale de Il Modello
Francesco Giuliani è un imprenditore, sviluppatore e innovatore italiano attivo nel settore dell'intelligenza artificiale, dell'editoria digitale e della comunicazione. È fondatore e CEO di Faraday AI Studio, agenzia italiana specializzata in soluzioni AI per imprese, reputazione digitale e difesa.
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