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Data center e acqua: 2.315 siti sono già in aree a rischio

La nuova mappa globale non misura il consumo di ogni impianto, ma l’esposizione a bacini idrici già sotto pressione. Per l’Italia il nodo è Milano, dove si concentra gran parte della potenza nazionale e dei nuovi progetti.

Francesco Giuliani

di Francesco Giuliani

Fondatore e direttore editoriale de Il Modello

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Data center e acqua: 2.315 siti sono già in aree a rischio

La crescita dell’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale sta entrando in conflitto con una risorsa molto meno mobile dei dati: l’acqua. La notizia, ripresa in Italia da Punto Informatico, nasce da una ricerca guidata da Lorenzo Rosa, scienziato ambientale della Carnegie Institution for Science, pubblicata online il 24 settembre 2026 e poi nell’edizione del 6 ottobre 2026 di Environmental Science & Technology. Il lavoro non dice che un quarto dei data center consumi quantità identiche d’acqua, né che tutti siano destinati a fermarsi. Dice qualcosa di più preciso: molti sono stati costruiti in bacini dove, almeno in alcuni mesi, la domanda complessiva di acqua supera l’offerta rinnovabile disponibile.

Lo studio, intitolato One Quarter of Global Data Centers are Located in Water-Stressed Areas, è firmato da Lorenzo Rosa, Matteo Sangiorgio del Politecnico di Milano, Bridget R. Scanlon, Marco Mazzotti, Joseph A. Berry e Anna M. Michalak. Gli autori hanno incrociato la posizione di 9.347 data center operativi con un modello idrologico globale, stimando per ogni area il numero di mesi all’anno in cui si verifica un water gap: il deficit tra l’acqua rinnovabile disponibile e quella consumata da città, agricoltura, industria, generazione elettrica e altri usi.

Che cosa ha misurato davvero lo studio

Il punto metodologico è decisivo. La ricerca non calcola il consumo idrico effettivo di ogni singolo impianto, perché mancano dati standardizzati su capacità IT, tecnologia di raffreddamento, prelievi e consumo operativo. Valuta invece l’esposizione: cioè se un data center si trova in una cella geografica dove esiste già, o potrebbe emergere, scarsità d’acqua. Nel comunicato dell’American Chemical Society, pubblicato il 19 ottobre 2026, Rosa ha sintetizzato il problema così: «Queste strutture non atterrano in paesaggi vuoti. Atterrano sopra le riserve idriche di città e fattorie» secondo l’ACS.

Per il clima di riferimento, rappresentativo delle condizioni idrologiche 2001-2010, lo studio trova che 7.032 data center non sono esposti a mesi di carenza idrica, mentre 961 affrontano un deficit per 1-4 mesi l’anno, 831 per 5-8 mesi e 523 per 9-12 mesi. Nello scenario futuro a +3°C rispetto ai livelli preindustriali, ottenuto come media di 5 modelli climatici, i siti senza deficit scendono a 6.302 e quelli esposti salgono a 3.045, cioè il 33% del totale. I dati supplementari pubblicati su Zenodo tramite OpenAIRE precisano che le coordinate puntuali non sono aperte perché derivano da una banca dati proprietaria di Saoradh Enterprise Partners.

Data center esposti a carenza idrica

Scenario 2001-2010Scenario +3°C

  • Mondo25%33%
  • Stati Uniti21%35%
  • Italia28%34%
Fonte: Rosa et al., Environmental Science & Technology, 2026

Il salto non è uniforme. Gli Stati Uniti ospitano il 39% dei data center censiti nello studio e sono anche il Paese in cui si concentra la quota maggiore dei nuovi siti che, nello scenario più caldo, entrerebbero in aree di deficit idrico. In condizioni di riferimento, 764 strutture statunitensi risultano esposte ad almeno un mese di carenza; con +3°C diventano 1.269. Per l’Italia, il paper indica 49 data center già esposti, pari al 28% del totale nazionale censito; nello scenario futuro il numero salirebbe a circa 59, con un aggravamento soprattutto nelle aree mediterranee dove siccità estive, uso agricolo e densità urbana si sommano.

Perché i data center hanno bisogno di acqua

Un data center è prima di tutto una macchina termica. Server, GPU, sistemi di rete e apparati di continuità trasformano elettricità in calore, che deve essere rimosso in modo costante per evitare guasti e rallentamenti. Nei sistemi evaporativi l’acqua assorbe calore ed evapora, migliorando l’efficienza energetica ma consumando risorsa idrica locale. Il paper stima che i sistemi evaporativi tipici richiedano 1-3 m³ d’acqua per ogni MWh di carico IT; dove l’elettricità arriva da centrali termoelettriche, altri 1-10 m³/MWh possono essere incorporati nella produzione elettrica.

Questa distinzione tra uso diretto e indiretto spiega perché guardare solo alle torri di raffreddamento dentro il campus non basta. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che il consumo elettrico globale dei data center possa arrivare a circa 945 TWh entro il 2030, pari a poco meno del 3% della domanda elettrica mondiale, spinto soprattutto dai server accelerati per l’AI nel rapporto Energy and AI. La stessa IEA osserva che la quota dei sistemi di raffreddamento può variare da circa 7% dei consumi elettrici nei grandi hyperscaler più efficienti a oltre 30% nei data center aziendali meno efficienti.

Il problema, quindi, non è solo “quanta acqua beve” un impianto. È dove lo fa, in quale stagione, con quale fonte elettrica e in concorrenza con quali altri utenti. Un data center in un’area fredda, alimentato da elettricità a bassa intensità idrica e raffreddato con sistemi a circuito chiuso, ha un profilo molto diverso da un impianto in un bacino caldo, agricolo e già stressato. La localizzazione pesa quasi quanto la tecnologia.

Il conflitto con città e agricoltura

Lo studio di Rosa e colleghi mostra che i data center raramente si trovano in un vuoto idrologico. Nel 41% dei casi, il principale settore consumatore d’acqua nella cella che ospita il data center è quello municipale; nel 28% è l’irrigazione agricola; nel 18% la manifattura; nell’8% la generazione elettrica; nel 4% l’allevamento; meno dell’1% riguarda aree dominate dall’uso minerario. Questo significa che la competizione più frequente non è con altri data center, ma con case, servizi pubblici, campi irrigati e attività industriali.

Settore che domina l’uso d’acqua dove sorgono i data center

  • Municipale 41%
  • Irrigazione 28%
  • Manifattura 18%
  • Elettricità 8%
  • Allevamento 4%
  • Miniere 1%
Fonte: Rosa et al., Environmental Science & Technology, 2026

Gli autori sottolineano un aspetto spesso trascurato: la scarsità d’acqua difficilmente blocca subito il funzionamento dei data center, perché queste infrastrutture hanno risorse finanziarie e rilevanza strategica sufficienti per assicurarsi approvvigionamenti quando l’acqua è fisicamente disponibile. Il rischio principale, scrivono, può ricadere sugli utenti meno forti nello stesso bacino: agricoltori, ecosistemi, piccoli comuni o usi ambientali. È una differenza politica oltre che tecnica.

Un’analisi separata di Ceres, pubblicata il 25 agosto 2026, ha portato la stessa discussione sulla filiera elettrica statunitense: in 7 Stati che ospitano circa metà dei data center USA, la produzione di elettricità per alimentarli dipenderebbe da circa 3,4 trilioni di galloni d’acqua dolce all’anno, considerando i prelievi necessari alle centrali elettriche secondo il rapporto Water Behind the Watts. Ceres segnala anche che il 78% dell’elettricità analizzata proviene da impianti che usano acqua e che il 66% di questi impianti si trova in aree con stress idrico medio-alto, alto o estremo.

I limiti dei numeri disponibili

La ricerca pubblicata dall’ACS è importante proprio perché espone il vuoto informativo del settore. Le aziende comunicano spesso l’efficienza energetica, gli accordi per elettricità rinnovabile e gli obiettivi di neutralità climatica; molto meno spesso pubblicano dati comparabili sito per sito su acqua prelevata, acqua consumata, picchi estivi, fonti idriche, reflui e tecnologia di raffreddamento. Gli autori del paper affermano esplicitamente che senza questi dati non è possibile passare da un’analisi di esposizione a una quantificazione globale della domanda idrica effettiva dei data center.

Anche il dataset ha limiti. I 9.347 impianti censiti rappresentano una delle mappature più ampie disponibili, ma gli autori avvertono che il totale probabilmente sottostima il numero reale, soprattutto per siti piccoli, non dichiarati o costruiti di recente. Inoltre la griglia idrologica usata nello studio ha risoluzione di circa 0,5° × 0,5°, pari a circa 50 km all’Equatore: sufficiente per un’analisi globale, non per decidere se un singolo impianto in un comune specifico sottragga acqua a un acquedotto o a un canale irriguo.

Per questo la frase “un data center su quattro sorge dove manca già l’acqua” va letta nel suo significato esatto: non descrive una crisi uguale ovunque, ma una sovrapposizione geografica tra infrastrutture digitali rigide, che devono funzionare 24 ore su 24, e bacini già vulnerabili. La conseguenza pratica è che autorizzazioni, connessioni elettriche e valutazioni ambientali non possono più considerare energia e acqua come capitoli separati.

L’Europa prova a rendere visibile il consumo idrico

L’Unione europea si sta muovendo verso una maggiore trasparenza. La Commissione europea ha proposto il 21 settembre 2026 uno schema comune di valutazione dei data center per rendere più confrontabili energia, acqua, riuso del calore e quota rinnovabile; la consultazione sui futuri standard minimi resta aperta fino al 14 dicembre 2026, con una proposta finale prevista nel secondo trimestre 2027 secondo la pagina della DG Energia. La banca dati europea raccoglie già informazioni sul consumo energetico e sull’impronta idrica dei data center soggetti agli obblighi della direttiva sull’efficienza energetica.

Nel rapporto europeo più recente, il Water Usage Effectiveness medio dichiarato dai data center UE con valori ritenuti affidabili è 0,58 m³/MWh, con forti differenze tra Stati membri: da 0,07 a 1,28. La Commissione osserva che una parte della variabilità dipende dalle tecnologie di raffreddamento e dal clima locale, e ricorda il target del Climate Neutral Data Centre Pact: scendere sotto 0,4 m³/MWh entro il 2040 nel rapporto COM(2026) 500. Il dato europeo, però, misura l’efficienza degli impianti che comunicano informazioni; non sostituisce una valutazione locale della disponibilità idrica.

Il caso italiano: Milano cresce, l’acqua diventa un vincolo

In Italia il tema arriva mentre il mercato dei data center accelera. Il Politecnico di Milano, attraverso il progetto ProdAction, ha rilevato che nell’area metropolitana milanese si concentrano 33 dei 49 data center attivi in Lombardia, distribuiti in 32 comuni. L’area vale circa 414 MW di potenza nominale, pari al 68% del totale nazionale, e ospita anche 10 strutture in costruzione e 23 in fase di valutazione secondo la mappatura pubblicata il 5 marzo 2026.

L’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano descrive Milano come il principale hub del Sud Europa: 414 MW IT attivi, circa il 6% della potenza totale europea, e l’obiettivo potenziale di superare 1 GW entro il 2028. Lo stesso Osservatorio segnala che il capoluogo concentra il 23% degli investimenti annunciati a livello europeo, mentre Madrid, principale concorrente nel Sud Europa, è indicata a 390 MW IT nel comunicato dell’Osservatorio. Per un Paese esposto a siccità ricorrenti e con una forte concentrazione territoriale delle infrastrutture, la domanda idrica non è più un dettaglio ingegneristico.

La dimensione autorizzativa è già cambiata. Il Decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, convertito dalla Legge 10 aprile 2026, n. 49, ha introdotto un procedimento unico per realizzazione, ampliamento ed esercizio dei centri dati. La Regione Lombardia ha poi approvato la Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, con sportello regionale, task force e cabina di regia; le delibere attuative 6645 e 6646 del 3 agosto 2026 fissano priorità insediative, criteri energetico-ambientali e linee procedurali secondo Regione Lombardia.

Un dossier della Camera dei deputati segnala inoltre che per il triennio 2026-2028 risultano annunciati 83 nuovi progetti infrastrutturali da parte di 30 aziende, per un valore potenziale di 25,4 miliardi di euro. Lo stesso dossier riporta che, a luglio 2025, le richieste energetiche collegate alle iniziative per data center ammontavano a circa 55 GW, con oltre il 70% concentrato tra Lombardia e Piemonte secondo il dossier parlamentare. Sono richieste di connessione, non capacità che verrà automaticamente costruita, ma danno la scala della pressione su reti, suolo e risorse locali.

Le risposte delle Big Tech non eliminano il problema locale

Le grandi piattaforme stanno spostando parte della narrazione su raffreddamento a circuito chiuso, acqua riciclata e maggiore trasparenza. Microsoft ha dichiarato nel 2026 di aver ridotto il proprio WUE medio da 2,3 a 0,27 L/kWh rispetto alle prime generazioni di data center e di aver introdotto nel 2024 un design per carichi AI a zero consumo d’acqua per il raffreddamento operativo, basato su raffreddamento diretto al chip in circuito chiuso nel blog ufficiale dell’azienda. Amazon, nel proxy statement 2026, afferma che il proprio sistema In-Row Heat Exchanger è 20% più efficiente dal punto di vista energetico di soluzioni standard e usa il 9% di acqua in meno rispetto a siti completamente raffreddati ad aria nel documento agli azionisti.

Google ha pubblicato nel 2026 nuovi impegni per la gestione dell’acqua nelle comunità locali, sostenendo che i data center statunitensi nel loro complesso consumano meno dell’1% dell’acqua usata annualmente dagli americani per i prati domestici, ma riconoscendo la necessità di valutazioni locali per ogni sito nel blog aziendale. Il nodo è proprio qui: una quota nazionale apparentemente piccola può diventare politicamente e ambientalmente rilevante se concentrata in un comune, in un acquedotto o in un bacino agricolo già sotto pressione.

La pressione sociale si sta già vedendo negli Stati Uniti. Associated Press ha raccontato il 21 ottobre 2026 come Amazon, Google, Meta e Microsoft stiano promettendo più trasparenza, meno accordi di riservatezza con le amministrazioni e maggiori contributi alle comunità ospitanti, dopo mesi di opposizione locale su costi elettrici, consumo d’acqua, rumore e impatti fiscali secondo l’AP. È un segnale: la legittimità dei data center non si giocherà solo sulla promessa dell’AI, ma sulla capacità di dimostrare, sito per sito, che energia e acqua non saranno scaricate sulle comunità.

Che cosa cambia per imprese, sviluppatori e amministrazioni

Per gli sviluppatori software e le aziende che comprano cloud, il risultato dello studio non significa che usare l’AI equivalga automaticamente a sottrarre acqua a una città. Significa però che la localizzazione dell’infrastruttura diventa parte della catena di responsabilità. Chi acquista capacità di calcolo può chiedere ai fornitori non solo emissioni e quota rinnovabile, ma anche WUE, fonte dell’acqua, stress idrico del bacino, uso di acqua riciclata e consumo indiretto legato alla produzione elettrica.

Per le amministrazioni italiane, soprattutto nelle aree dove si concentrano i progetti, la lezione è più immediata. Una valutazione ambientale limitata ai gruppi elettrogeni di emergenza o alla connessione elettrica rischia di perdere il quadro completo. Servono bilanci idrici stagionali, scenari climatici, piani di emergenza per siccità, obblighi di monitoraggio pubblico, limiti all’uso di acqua potabile quando esistono alternative e clausole che rendano verificabili le promesse su riuso del calore, raffreddamento a basso consumo idrico e recupero delle acque.

La ricerca non chiude la discussione: la apre su basi più solide. Un data center può essere necessario per cloud, sanità digitale, pubblica amministrazione, ricerca e intelligenza artificiale. Ma il fatto che sia “digitale” non lo rende immateriale. Occupa suolo, assorbe elettricità, produce calore e, in molti casi, dipende da acqua locale. La domanda dei prossimi anni non sarà se costruire infrastrutture digitali, ma dove, con quali tecnologie, con quali dati pubblici e con quale priorità rispetto agli altri usi dell’acqua.

Domande e risposte

Quanti data center si trovano in aree con scarsità d’acqua?

Lo studio pubblicato nel 2026 su Environmental Science & Technology ha analizzato 9.347 data center nel mondo. In condizioni idrologiche 2001-2010, 2.315 strutture, pari al 25%, risultano esposte ad almeno un mese all’anno di carenza idrica. Con uno scenario a +3°C la quota salirebbe al 33%, cioè 3.045 siti.

Lo studio dice quanta acqua consuma ogni data center?

No. La ricerca misura l’esposizione dei siti a condizioni di carenza idrica, non il consumo effettivo di ogni impianto. Gli autori spiegano che mancano dati globali standardizzati su capacità IT, sistemi di raffreddamento e prelievi d’acqua. Per questo il lavoro indica dove il rischio è più alto, non il consumo puntuale sito per sito.

Perché l’intelligenza artificiale aumenta il problema dell’acqua nei data center?

L’AI richiede server accelerati e GPU ad alta densità, che consumano più elettricità e producono più calore. Il raffreddamento può usare acqua direttamente, mentre la produzione elettrica può incorporare ulteriore consumo idrico. Secondo l’IEA, i data center potrebbero arrivare a circa 945 TWh di elettricità entro il 2030.

Qual è la situazione dei data center in Italia e a Milano?

Il Politecnico di Milano ha mappato 33 data center attivi nell’area metropolitana milanese su 49 in Lombardia. L’area vale circa 414 MW di potenza nominale, pari al 68% del totale nazionale, con 10 strutture in costruzione e 23 in valutazione. Lo studio ACS indica per l’Italia 49 siti già esposti a carenza idrica.

Quali regole europee obbligano i data center a comunicare acqua ed energia?

La direttiva europea sull’efficienza energetica e il regolamento delegato sul reporting hanno introdotto una banca dati per i data center con consumo significativo. Il 21 settembre 2026 la Commissione ha proposto uno schema comune di valutazione che include energia, acqua, riuso del calore e quota rinnovabile; la proposta sugli standard minimi è attesa nel 2027.

Fonti verificate

Scritto da

Francesco Giuliani

Fondatore e direttore editoriale de Il Modello

Francesco Giuliani è un imprenditore, sviluppatore e innovatore italiano attivo nel settore dell'intelligenza artificiale, dell'editoria digitale e della comunicazione. È fondatore e CEO di Faraday AI Studio, agenzia italiana specializzata in soluzioni AI per imprese, reputazione digitale e difesa.

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