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Julian Assange torna su X dopo 811 giorni di silenzio: «I’m back»

Julian Assange rompe un silenzio di 811 giorni su X con un messaggio "I'm back". Il gesto, seppur minimo, riapre interrogativi sul suo ruolo nel dibattito pubblico e sulla libertà di informazione, evidenziando le complessità del suo caso dopo la liberazione.

Francesco Giuliani

di Francesco Giuliani

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Julian Assange torna su X dopo 811 giorni di silenzio: «I’m back»

Julian Assange ha riaperto il suo profilo personale su X con un messaggio minimo, “I’m back”, ma il gesto pesa molto più di un normale ritorno sui social. Il post è stato pubblicato il 17 settembre 2026, rilanciando un annuncio dell’account ufficiale di WikiLeaks con una nuova fotografia scattata a Sydney. Le prime ricostruzioni di Moneycontrol, News18 e Down Under Voices convergono su un punto: non era un account sospeso o irraggiungibile, ma un silenzio scelto, iniziato dopo il suo ritorno in Australia nel 2024.

La sequenza è stata costruita in due passaggi. Prima l’account di WikiLeaks ha pubblicato la foto di Assange accompagnandola con la frase “He’s back @JulianAssange”. Poi il fondatore dell’organizzazione ha ripreso quel contenuto dal suo profilo personale e ha aggiunto la formula “I’m back”, visibile nel post del 17 settembre. Secondo IBTimes UK, il messaggio aveva già superato 17,0 milioni di visualizzazioni nelle prime ore.

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La foto di Sydney e l’assenza durata 811 giorni

La foto rilanciata da WikiLeaks mostra Assange in una strada del centro di Sydney, sotto o davanti a un grande poster con la sua immagine. Hindustan Times colloca lo scatto nell’area di 630 George Street, una delle zone più riconoscibili della città. News18 aggiunge che il profilo personale era rimasto inattivo dal 28 giugno 2024, pochi giorni dopo il patteggiamento che aveva chiuso la sua vicenda giudiziaria statunitense.

Il dato temporale è preciso: tra l’ultimo post del 28 giugno 2024 e il ritorno del 17 settembre 2026 passano 811 giorni, cioè poco più di 26 mesi. È un intervallo più breve dei 62 mesi trascorsi nel carcere britannico di Belmarsh, ma significativo perché il profilo personale di Assange era stato per anni uno degli strumenti principali della campagna internazionale per la sua liberazione. Down Under Voices sottolinea l’elemento visuale della nuova apparizione a Sydney; Moneycontrol insiste invece sul legame tra il silenzio social e la liberazione del 2024.

Le fasi principali del caso AssangeValori in mesi

  • Ambasciata Ecuador84
  • Belmarsh62
  • Silenzio su X26,6
Fonte: DOJ, PACE, Hindustan Times e IBTimes UK; settembre 2026

Il ritorno su X non coincide con la prima ricomparsa pubblica di Assange dopo il carcere. Il fondatore di WikiLeaks aveva già parlato davanti al Consiglio d’Europa a Strasburgo il 1 ottobre 2024 e, secondo la stessa ricostruzione di Hindustan Times, era stato fotografato al Festival di Cannes il 21 maggio 2025. La differenza è che questa volta Assange torna a usare in prima persona il suo canale diretto, senza conferenze, tribunali o intermediari istituzionali.

Perché il ritorno su X non è un dettaglio

Dopo la liberazione, la cautela intorno alla sua presenza digitale era diventata parte della gestione pubblica del caso. Stella Assange, moglie e avvocata del fondatore di WikiLeaks, aveva avvertito nel 2024 che Julian non era attivo su alcuna piattaforma e che gli account che usavano il suo nome dovevano essere considerati falsi, come ha ricostruito AAP FactCheck. Per questo la riattivazione tramite un post verificabile di WikiLeaks ha anche una funzione di autenticazione: segnala al pubblico quale canale considerare ufficiale.

Il profilo di Assange aveva già avuto una storia irregolare. News18 e Hindustan Times ricordano che nella notte di Natale del 2017 l’account, allora su Twitter, era scomparso per alcune ore mostrando il messaggio “Sorry, that page doesn’t exist”, prima di essere ripristinato senza una spiegazione pubblica. Nello stesso periodo era apparso e poi sparito un post dell’account della Marina statunitense con il testo “Julian Assange”. Quel precedente alimentò teorie e sospetti, ma non produsse una ricostruzione ufficiale condivisa.

Nel 2026 la situazione è diversa. Non ci sono elementi pubblici che indichino una sospensione, un blocco o una restrizione dell’account: la notizia è l’uso volontario del profilo dopo oltre due anni. Proprio questa scelta apre una domanda politica e comunicativa: Assange vuole tornare a intervenire direttamente nel dibattito su segreti di Stato, piattaforme, fonti e libertà di stampa, oppure il messaggio serve soltanto a ristabilire un’identità digitale dopo anni di imitazioni e canali non autorizzati?

Il patteggiamento con gli Stati Uniti e la fine del caso penale

La cornice giuridica resta quella fissata dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Il comunicato ufficiale del DOJ del 25 giugno 2024 afferma che Assange si dichiarò colpevole di cospirazione con Chelsea Manning per ottenere e divulgare documenti classificati relativi alla difesa nazionale. La sentenza fu di 62 mesi già scontati nel Regno Unito, mentre contestava l’estradizione.

Il percorso fisico della liberazione fu insolito quanto la vicenda giudiziaria. Secondo Assange Defense, Assange lasciò Belmarsh il 24 giugno 2024, volò verso Bangkok, poi a Saipan, nelle Marianne Settentrionali, dove formalizzò l’accordo davanti a una corte federale statunitense, e infine rientrò a Canberra il 26 giugno 2024. La scelta di Saipan fu spiegata dal DOJ con la vicinanza all’Australia e con l’opposizione di Assange a recarsi negli Stati Uniti continentali.

La differenza tra il rischio giudiziario iniziale e l’esito finale è enorme. Nel superseding indictment del 2019, Assange era stato accusato in 18 capi, di cui 17 legati all’Espionage Act. Il rapporto della Parliamentary Assembly of the Council of Europe osservò poi che, se condannato su tutte le accuse, avrebbe potuto affrontare fino a 175 anni di carcere. Il patteggiamento ha chiuso il processo penale con una sola ammissione di colpevolezza e senza ulteriore detenzione.

Esposizione penale e pena scontataValori in anni

  • Massimo teorico contestato175
  • Tempo accreditato5,2
Fonte: DOJ e PACE; giugno-ottobre 2024

Il DOJ ha sempre sostenuto una lettura opposta a quella dei difensori di Assange: secondo l’accusa, WikiLeaks non si limitò a ricevere documenti, ma pubblicò materiale non oscurato che avrebbe esposto fonti umane in Iraq, Afghanistan e altri Paesi a rischi gravi. Gli avvocati di Assange hanno invece definito la persecuzione penale un precedente pericoloso contro la pubblicazione di informazioni di interesse pubblico. Il patteggiamento ha evitato un processo pieno e quindi non ha risolto nel merito questo conflitto.

Il nodo ancora aperto: Espionage Act, giornalismo e fonti

La riapparizione digitale arriva dopo una pronuncia politica molto pesante in Europa. Il rapporto PACE del 13 settembre 2024, intitolato The detention and conviction of Julian Assange and their chilling effects on human rights, sostiene che la severità delle accuse e la detenzione abbiano prodotto un effetto intimidatorio su giornalisti, editori e whistleblower. Il documento invita anche a riformare l’Espionage Act e a rafforzare le protezioni per chi rivela abusi di interesse pubblico.

Il giorno dopo la sua audizione, il Consiglio d’Europa annunciò che l’Assemblea parlamentare aveva riconosciuto Assange come “political prisoner” secondo la definizione adottata nel 2012. PACE riunisce parlamentari di 46 Paesi e non può cancellare una condanna statunitense, ma la sua posizione conta nel dibattito europeo su libertà dei media, protezione delle fonti e uso extraterritoriale delle leggi sulla sicurezza nazionale.

Nella testimonianza del 1 ottobre 2024 a Strasburgo, Assange disse di essere libero non perché il sistema avesse funzionato, ma perché aveva “pleaded guilty to journalism”. Disse anche di avere scelto la libertà invece di una giustizia ormai irraggiungibile, come riportato da RFI e da El País. Sono parole che spiegano perché anche un post di due parole su X viene letto come un gesto politico.

Il punto tecnico è che il patteggiamento non crea una sentenza d’appello capace di delimitare con precisione il confine tra pubblicazione giornalistica e violazione dell’Espionage Act. Il Congressional Research Service aveva già segnalato nel 2019 la complessità delle questioni costituzionali sollevate dall’incriminazione, mentre il Reporters Committee for Freedom of the Press parlava di un precedente problematico per il Primo Emendamento. Il caso si è chiuso per Assange, non per il diritto dell’informazione.

Che cosa cambia per giornalisti, piattaforme e pubblico

Per chi lavora nell’informazione, anche in Italia, il caso Assange resta un promemoria pratico: la gestione di archivi riservati, fonti digitali, dati ottenuti da terzi e pubblicazioni transnazionali può esporre a conflitti giuridici che non si fermano ai confini nazionali. La vicenda coinvolge piattaforme, sicurezza delle comunicazioni, autenticazione degli account e reputazione pubblica. Il ritorno su X rende di nuovo visibile un attore che negli ultimi due anni era stato presente soprattutto attraverso familiari, avvocati e campagne.

Per le piattaforme social, la riattivazione evidenzia un problema ricorrente: quando una figura pubblica resta in silenzio, gli account imitativi possono riempire il vuoto informativo. L’allarme lanciato da Stella Assange nel 2024 sugli account falsi e la successiva smentita verificata da AAP mostrano quanto sia delicato il rapporto tra identità digitale, notizie e disinformazione. In questo senso, il post di WikiLeaks ha funzionato anche come certificazione pubblica del ritorno.

Sul piano politico, il prossimo terreno è la cancellazione degli effetti residui della condanna. La campagna Pardon Julian Assange, promossa da The Information Rights Project, chiede una grazia piena e incondizionata e indicava 16.627 email inviate al momento della rilevazione della pagina. È una strada politica, non giudiziaria: non riapre automaticamente il caso, ma punta a rimuovere il precedente simbolico della condanna.

Non c’è invece, al momento, un programma pubblico verificato di Assange dopo il ritorno su X. LatestLY ha scritto che non sono stati annunciati piani ulteriori, e nessuna delle fonti ufficiali consultate indica una conferenza, una nuova pubblicazione di WikiLeaks o un calendario di interventi. Questo è il limite principale della notizia: il ritorno è confermato, la strategia no.

Domande e risposte

Quando è tornato Julian Assange su X?

Julian Assange è tornato su X il 17 settembre 2026, ripubblicando un post dell’account ufficiale di WikiLeaks e aggiungendo “I’m back”. Il suo profilo personale non pubblicava nuovi messaggi dal 28 giugno 2024: l’assenza è durata 811 giorni.

Perché Julian Assange aveva smesso di pubblicare su X dopo il 2024?

Non esiste una spiegazione ufficiale completa. Le fonti consultate indicano che l’account non risultava sospeso o limitato, quindi il silenzio appare volontario. Dopo il rilascio del 24 giugno 2024, la famiglia aveva chiesto tempo e privacy per il suo riadattamento alla vita libera.

Julian Assange è libero o rischia ancora il carcere negli Stati Uniti?

Assange è libero in Australia dopo il patteggiamento del giugno 2024. Si è dichiarato colpevole di un solo capo d’accusa e ha ricevuto una condanna a 62 mesi già scontati. Il DOJ ha precisato che non può rientrare negli Stati Uniti senza autorizzazione.

Dove è stata scattata la foto del ritorno di Julian Assange?

La foto diffusa da WikiLeaks mostra Assange nel centro di Sydney. Le ricostruzioni di Hindustan Times e News18 la collocano nell’area di 630 George Street, davanti a un grande poster o murale con la sua immagine e il riferimento visivo ad Assange.

Che cosa c’entra il caso Assange con la libertà di stampa?

Il caso riguarda il confine tra pubblicare documenti riservati di interesse pubblico e violare leggi sulla sicurezza nazionale. Nel 2024, PACE ha definito il trattamento di Assange un precedente con effetto intimidatorio per giornalisti e whistleblower, mentre il DOJ ha sostenuto che le pubblicazioni misero a rischio fonti umane.

L'opinione di

Leggo il ritorno di Assange su X come un’occasione, non come un semplice segnale nostalgico. Dopo anni in cui il suo nome è stato raccontato da tribunali, governi, avvocati e sostenitori, il fatto che possa parlare di nuovo con un canale diretto è rilevante per la qualità del dibattito pubblico. La sfida sarà usare quella voce con metodo: documenti verificabili, contesto, responsabilità editoriale e attenzione alla sicurezza delle persone coinvolte.

Il caso Assange ha mostrato quanto fragile sia il rapporto tra tecnologia, potere e informazione. Proprio per questo il ritorno online può diventare utile se spinge giornalisti, piattaforme e istituzioni a costruire regole migliori: più protezione per le fonti, procedure chiare per gli archivi sensibili, autenticazione più robusta contro gli account falsi e un confronto serio sulle leggi nate per lo spionaggio ma applicate all’attività editoriale. È qui che c’è spazio per un passo avanti concreto.

Fonti verificate

Scritto da

Francesco Giuliani

Fondatore e direttore editoriale de Il Modello

Francesco Giuliani è un imprenditore, sviluppatore e innovatore italiano attivo nel settore dell'intelligenza artificiale, dell'editoria digitale e della comunicazione. È fondatore e CEO di Faraday AI Studio, agenzia italiana specializzata in soluzioni AI per imprese, reputazione digitale e difesa.

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